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Dall’Abruzzo a Copenaghen inseguendo musica

12 giugno 2017
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Quando si ha a che fare con la musica di tradizione orale ci si confronta con un mondo culturale di cui restano solo delle tracce, raccolte e studiate dagli etnomusicologi. L’ etnomusicologia è quasi come l’archeologia ma nel caso dell’etnomusicologia abbiamo a che fare con ritrovamenti ‘immateriali’, poiché la musica di tradizione orale, in quanto tale, non è stata mai scritta ma tramandata esclusivamente di memoria in memoria

Chi è Mauro Patricelli?

Sono nato ad Ortona sulla costa abruzzese. Gli studi musicali li ho iniziati abbastanza tardi, inizialmente come pianista classico e, dopo aver terminato il conservatorio a 19 anni, ho continuato il perfezionamento ad Imola nell’Accademia pianistica frequentando al tempo stesso la facoltà di Lettere all’università di Bologna, combinando la musicologia con la storia orientale e soprattutto con l’etnomusicologia e l’antropologia musicale.
Compositore e pianista italiano, attualmente vivi a Copenaghen ed il tuo cuore è fortemente legato all’Italia, e in particolar modo all’Abruzzo. Perché questa scelta di andar via e di vedere nella Danimarca il centro di gravità per la tua musica? Ci sono tanti motivi. Il primo spostamento per me importante, dal punto di vista culturale, fu lasciare l’Abruzzo e andare a vivere a Imola. Fu quasi un trauma culturale e che innescò un senso di non appartenenza. Non mi sentivo più del tutto abruzzese e allo stesso tempo non mi sentivo bolognese. A Imola iniziai a lavorare come insegnante di pianoforte per poi diventare direttore della scuola comunale di musica moderna (la Scuola di Musica Ca’ Vaina) maturando così un certo senso di appartenenza alla comunità imolese. La stessa situazione si è verificata quando mi sono trasferito a Copenaghen e questa sensazione di semi-appartenenza persiste tuttora. Come tanti artisti italiani che non si sentivano sufficientemente ‘compresi’ in Italia, avevo anch’io a lungo fantasticato sull’esistenza di un luogo più accogliente, forse più colto, forse più aperto verso nuove proposte artistiche e auspicabilmente più disposto ad investire su una musica di ricerca e non commerciale. Fu soprattutto questa visione, insieme ad altri motivi, ciò che mi spinse a trasferirmi. Ci sono delle differenze profonde, in campo musicale tra l’Italia, quale nazione di cultura, e il nord Europa. In Danimarca ci sono più finanziamenti pubblici e privati per produrre cultura e questi finanziamenti sono elargiti sulla base di progetti scelti e secondo modalità meritocratiche. In Italia invece le risorse economiche, spuntano solo quando il prodotto culturale è già stato realizzato e si presta ad una qualche logica commerciale, propagandistica, turistica o di intrattenimento. In Danimarca, lo Stato interviene in campo culturale stanziando fondi per “generare” una cultura che altrimenti non esisterebbe. Un progetto, se di qualità, poiché la competizione è alta, può ottenere un finanziamento e può dar vita ad un prodotto culturale che non necessariamente è scelto sulla base di logiche commerciali. In un certo senso le istituzioni controbilanciano le dinamiche del mercato cercando di dare voce anche a quelle forme d’arte che non si adattano alle logiche commerciali. In Italia è quasi impossibile progettare a lungo termine poiché è difficile trovare risorse che coprano i costi e il tempo della progettazione. Questa situazione genera un problema strutturale poiché la progettualità si impoverisce, vive col fiato corto. Un artista che ha buone idee deve metterle in pratica nell’immediato e cercare di concretizzarle, non può pensare a lungo termine e sviluppare un progetto negli anni perché questo non gli è riconosciuto.
Le Istituzioni ti hanno aiutato o sono rimaste indifferenti?

La grande differenza che ho esperito tra Italia e Danimarca, è proprio nel rapporto con le Istituzioni. Quelle italiane sono statiche, difficili da raggiungere, non c’è un rapporto diretto con l’artista. In Danimarca, invece, sono vicine e comunicano con l’artista che è sollecitato a proporre progetti che possono essere approvati e finanziati, insomma c’è un rapporto costante. In Abruzzo ad esempio si sono presentate un paio di occasioni: al Teatro Stabile d’Abruzzo all’Aquila e al Teatro Marrucino di Chieti. Entrambe non andate a buon fine per dinamiche politiche, dinamiche che in Danimarca non interferiscono con la produzione di cultura. Le persone delegate a valutare i progetti sono persone specializzate che non ricoprono ruoli politici. Hanno un mandato breve ma stabile, quindi eventuali ribaltamenti della scena politica non mettono a repentaglio la stabilità del sistema.
Attualmente sei a Roma presso l’Accademia di Danimarca per lavorare alla tua nuova
opera-documentario. Illuminaci!

Lo scopo di questo soggiorno a Roma è lo studio di alcune raccolte di musica popolare conservate presso l’Archivio di Etnomusicologia di Santa Cecilia, in particolare le raccolte di Alan Lomax e Diego Carpitella, due etnomusicologi quasi leggendari che hanno lavorato in Italia dalla metà degli anni ’50. Il risultato del mio lavoro sarà inizialmente un programma da concerto che presenterò con il mio ensemble in anteprima a giugno, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Copenaghen. Successivamente continuerò ad elaborare questo materiale che auspicabilmente dovrebbe diventare una nuova opera-documentario. Nel definire questa forma di teatro musicale mi riferisco all’opera non tanto per ciò che essa rappresenta oggi nell’immaginario collettivo, ma alla sua capacità di innalzare la storia raccontata su un piano mitico, anche se si tratta di fatti realmente accaduti.Nello specifico le mie opere narrano le vicende della musica contadina che, essendo tramandata di memoria in memoria, non avrebbe lasciato tracce nella storia umana senza l’intervento e la documentazione da parte di questi etnomusicologi.

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