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Sono femminista, che vi piaccia o no

12 giugno 2017
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Sono nata femminista. Mia madre è femminista. Mio padre è femminista. Mio fratello è femminista. Siamo tutti una famiglia di femministi.

Per tutta la mia infanzia, adolescenza e per la prima metà dei miei vent’anni, ho spesso incontrato persone in disaccordo con le mie convinzioni, persone che avrebbero preferito mi concentrassi su altri aspetti della mia vita e persone che trovavano fastidioso e provocatorio il mio aperto dibattito di uguaglianza. Persone che non vedono il bisogno delle pari opportunità o persone che non credono nelle pari opportunità, e sono più di quante possiamo immaginare. Ma nella seconda metà dei miei vent’anni, dopo il mio arrivo in Danimarca, ho scoperto anche di lottare contro persone che “in teoria” sono assolutamente d’accordo con me… Come disse Emma Watson, nel 2014, all’inaugurazione della campagna HeForShe (una campagna delle Nazioni Unite, mirata alla partecipazione di uomini e ragazzi alla lotta per le pari opportunità): “Ho deciso che ero una femminista e la cosa non mi è sembrata complicata. Ma le mie recenti ricerche mi hanno fatto scoprire che femminismo è diventato una parola impopolare.” In Danimarca preferiscono la parola ligestilling – pari opportunità – alla parola femminismo. Sia in pubblico che in privato, se una donna, o peggio un uomo si dichiara femminista, questa o questo sono attaccati. Appena arrivata in Danimarca, mi dicevano, con tono condiscendente, che femminismo era una brutta parola, una parola di odio verso gli uomini, e che la parola giusta era ligestilling. La parola giusta?! Che assurdità! Ho provato, più di una volta a spiegare il mio punto di vista, a difendere il termine femminista, ma con poco successo, purtroppo. La storia, il peso del termine femminista mette tante persone a disagio. Vogliono tutti credere che viviamo ora in un mondo dove tali ineguaglianze non sono più realtà, e che è quindi anacronistico parlare di femminismo. Meglio parlare di pari opportunità. Avrei ovviamente potuto adeguarmi, visto che i due termini vogliono dire la stessa identica cosa. Ma non voglio e non posso! Perché per quanto sarebbe bello se fosse vero, non viviamo in un mondo di uguaglianza, e per questo serve ancora parlare di femminismo. In un mondo in cui la Corte Suprema di Cassazione può annullare una condanna per stupro perché la ragazza portava i jeans (fortunatamente ribaltata, ma 10 anni dopo). In un mondo in cui il dibattito dell’aborto è ancora un dibattito, e dove l’ONU è preoccupato per la difficoltà di accesso all’aborto in Italia, causa del numero di medici obbiettori. In un mondo in cui il governo danese minaccia di chiudere la biblioteca di KVINFO – il centro di studi e ricerca sui temi di genere, pari opportunità e diversità, che raccoglie la ricerca e l’informazione sulle pari opportunità a livello nazionale e internazionale. In un mondo in cui la differenza di età tra un presidente e la propria moglie ha peso politico. In questo mondo il femminismo non è anacronistico. In questo mondo io sono femminista e crescerò i miei figli femministi!

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