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La mafia colpisce tutti

15 ottobre 2017
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La mafia colpisce tutti
Elvira Mormino

25 anni fa furono ammazzati Falcone e Borsellino.
Quasi 40 anni fa fu ammazzato Peppino Impastato.

Il 9 maggio 1978, “l’alba dei funerali di uno stato” come la descrivono i Modena City Ramblers, la notte in cui venne ritrovato il corpo di Aldo Moro, sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse, fu anche la notte in cui venne assassinato Peppino Impastato. Sotto l’ombra della morte di Aldo Moro, la sua morte passò quasi inosservata. Ci vollero più di 15 anni perché il delitto fu riconosciuto di matrice mafiosa.

Circa un mese e mezzo fa mi scrive una mia cara amica; mi scrive “sono a cena con il fratello di Peppino Impastato”. Quella sera decido di scrivere quest’articolo. Chiamalo destino, caso o come vuoi, io ci vedo un segno, e decido di chiedere aiuto a Giovanni Impastato, il fratello di Peppino.

Giovanni Impastato accetta di fare due chiacchiere con me per telefono e di rispondere a qualche domanda.

Con grande chiarezza e gentilezza si prende il tempo per parlarmi di mafia.
Preparandomi per quest’articolo, stavo parlando con amici danesi ai quali spiegavo che volevo scrivere un articolo sulla mafia da un punto di vista personale, diretto, umano. In quel momento gli amici mi guardarono e chiesero, sghignazzando “Ma che rapporto hai tu con la mafia?” Quel rapporto che tutti noi siciliani abbiamo. La mafia è una realtà che anche per una mezza sicula, mezza danese, che in Sicilia non ci ha mai vissuto, preme, affligge e offende. Ognuno di noi la vede, la sente.

I miei amici e connazionali danesi sanno che esiste. Sanno di cosa si tratta. Conoscono i fatti di cronaca, a livello molto generale. Ma della realtà che si insinua nella vita di tutti giorni sanno ben poco.

Per questo scrivo quest’articolo. Per questo parlo con Giovanni Impastato e comincio con il chiedergli come descriverebbe la mafia a un danese, che di mafia non ne sa nulla.

La mafia è più di un’organizzazione criminale. La mafia ci toglie libertà, il modo di pensare, la possibilità di esprimerci. La mafia blocca e infligge sul sistema economico e politico, inserendosi e propagandosi.
La mafia è non solo un’organizzazione a caccia di ricchezza e potere, è anche una cultura e una mentalità, un modo di agire che ha inquinato il nostro tessuto sociale.

La famiglia Impastato era una famiglia mafiosa. Giovanni racconta della propria infanzia come il periodo più felice della loro vita, quando la loro famiglia era unita, quando la mafia era per loro buona, un’organizzazione che difendeva e proteggeva, che faceva opere di carità.

Ma nel 1963 cambia tutto. Loro zio, Cesare Manzella, viene saltato in aria in un agguato alla sua macchina imbottita di tritolo. Quello è il giorno in cui entrambi, Giovanni e Peppino scoprono la verità sulla mafia; quello è il giorno in cui cambia tutto.

Per Giovanni è importante che tutti, locali e non, capiscano la storia e l’evoluzione della mafia. È importante spiegare come siamo arrivati allo scontro diretto tra la mafia e lo Stato.

Negli anni 60, gli anni di Peppino, da agricola la mafia si sposta nelle città e comincia a specializzarsi in droga, prostituzione e racket. I metodi non cambiano, la mafia continua a intimidire e uccidere. Con gli anni però gli omicidi si intensificano e le vittime cambiano. Da sindacalisti, contadini e militanti comunisti che lottavano per le terre e per la riforma agraria, la mafia comincia a uccidere tutti, carabinieri, poliziotti, chiunque mettesse in difficolta il loro percorso criminale. La mafia continua a crescere e cambiare, finché non diventa un’impresa che investe il suo denaro illecito in attività legali, inserendosi e distruggendo una sana economia e portando con gli anni allo scontro diretto con lo Stato.

La mafia non è mai stata ANTI STATO. Parole importanti che Giovanni Impastato sottolinea. Non è per questo che muoiono Falcone, Borsellino e tutti gli altri. La mafia uccide non per un ideale, ma semplicemente perché non ottiene ciò che desidera dalle istituzioni.

Dopo il maxi processo, la legge sui pentiti, la mafia si vede costretta a una nuova evoluzione che la porta a nascondersi. Una mafia borghese, appoggiata e infiltrata nelle Istituzioni che cresce grazie alla corruzione.

Giunta alla mia ultima domanda, chiedo a Giovanni, come risolviamo il problema? La sua risposta mi sorprende.

La mafia non è invincibile. È assolutamente fattibile. Il problema non è se si può o come, è volerlo. Il problema non è risolto perché manca la volontà.

La mafia è al cuore dello Stato e lo Stato glielo lascia fare.
La società civile ha fatto un immenso lavoro e grandi passi al riguardo, ma se manca la volontà da parte dello Stato, il problema non può risolversi.

In Italia i veri fenomeni antistato li abbiamo sconfitti tutti, dal Brigantaggio al Banditismo, fino alle Brigate Rosse. Questi erano veri fenomeni antistato e questi li abbiamo sconfitti. La mafia non è un fenomeno antistato e non lo abbiamo sconfitto perché manca la volontà di farlo da parte delle Istituzioni.

Mi rimane una combinazione di amarezza e speranza nel cuore dopo la mia chiacchierata con Giovanni Impastato. Persona saggia con parole sagge. Ma mi aggrappo all’idea che la mafia non è imbattibile. Quindi continuiamo e forse un giorno le Istituzioni saranno pronte. Speriamo.

Nel frattempo, continuo il mio in questa lotta civile. E racconto. Perché è importante che tutti sappiano, anche qui in Danimarca.

È importante che capiscano che la mafia è un problema di tutti e affligge tutti.

L’idea che io, una di loro, una danese, che in tutto e per tutto, sembra una danese, possa sentirsi così personalmente afflitta dalla mafia, è per loro inimmaginabile. Ma la verità è questa.

Tra esperienze personali, di amici e parenti, di sconosciuti incontrati in un bar e un amore per la mia terra, la mafia preme, si insinua e causa tanta rabbia, dolore.

25 anni fa, nel maggio 1992 passammo in macchina sull’autostrada, dove dopo solo poche ore dopo avrebbero perso la vita il giudice Falcone, la moglie e i tre uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Pochi mesi dopo nel luglio del 1992, fu assassinato Borsellino. Mio padre era in Sicilia.

Ero piccola e tutto non mi era di certo chiaro. La tragedia quella sì e chi ne aveva la colpa pure.

E i militari, quelli me li ricordo bene. Le strade ne erano piene. Scrivendo quest’articolo scopro che quest’operazione aveva un nome, Operazione Vespri Siciliani. Un militare armato a quasi ogni angolo di strada. Dopo un po’ diventò normale, strano ma normale. Dal 1992 al 1998, 6 anni. L’operazione fu un successo e insieme agli apparati investigativi culminò nell’arresto di Totò Riina, Leoluca Bagarella e altri pericolosi latitanti.

Fine anni novanta incontrai il figlio di Ninni Cassarà, il Commissario della Polizia di Stato assassinato nel 1985. Ero una giovane adolescente, inizialmente più impressionata dai suoi splendidi occhi azzurri. Tornando a casa, mio padre mi spiegò chi era. Con gli anni scoprii sempre di più sulla storia di Ninni Cassarà. Aveva una figlia, mia omonima e mia coetanea.
Questo mi colpì profondamente. Pensare che al mondo esisteva un’altra Elvira con una vita così tragica.

È una realtà alla quale è impossibile sfuggire. Ogni anno, ogni volta che vado in Sicilia, un ricordo, un incontro.

Quante persone orfane, vittime o minacciate dalla mafia ci sono. Troppe. Amici, parenti, vivono in questo mondo tutti i giorni. Un mondo che non dovrebbe esistere. Una tale crudeltà e fatalità non dovrebbero poter esistere in una terra così bella.

Ma voglio anche che sia chiaro per tutti, la Sicilia è cambiata e sta cambiando. Ed è solo parlandone, raccontando e spiegando, e lottando, che possiamo continuare a cambiare la Sicilia e curarla del cancro che è la mafia.

Una quindicina di anni fa, ero al cinema con mio fratello. All’epoca vivevo in Toscana. Il film era quello su don Puglisi, “Alla luce del sole”. Premetto, un film splendido. Ma l’esperienza in questo cinema toscano, non proprio. Durante l’intero film, c’erano due ragazze, ventenni, che non fecero altro che ridere. Era l’accento siculo a farle sghignazzare. Poco importa che fosse una storia di mafia, che don Puglisi stava lottando per dare un’opportunità ai giovani della zona Brancaccio. Ridevano.

Per questo e per evitare che la tragedia continui, è importante parlarne. Non solo in Sicilia, non solo in Italia. Anche in Danimarca. È per me importante che il mondo capisca, che il mondo ascolti e che non dimentichi.

 

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