OGNI COSA HA IL SUO TEMPO – Intervista a Giulia Longo – di Alessandra Sicuro

26 novembre 2017
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OGNI COSA HA IL SUO TEMPO – Intervista a Giulia Longo

di Alessandra Sicuro

Ci si può domandare quale sia lo spazio occupato dal pensiero, la riflessione critica, oggi, in una società tesa verso chiassosi obiettivi di visibilità, di ”navigazione” superficiale. Eppure, delle oasi ci sono. C’è chi si sofferma ad ascoltare “il vento delle possibilità”.  «Ogni cosa ha il suo tempo»: il “nodo dialettico” kierkegaardiano tra ‘edificante’ e ‘ripresa’, di Giulia Longo, è stato pubblicato dalla casa editrice Mimesis lo scorso maggio. Ne incontriamo l’autrice: ha lo sguardo riservato, fermo e intenso.

Di cosa tratta il tuo saggio?

È la mia tesi di dottorato diventata saggio, così come la mia tesi di laurea, su Kierkegaard e Nietzsche, pubblicata con la stessa casa editrice. La tesi prese forma proprio a Copenaghen, quando, presso un antiquario che nel frattempo ha chiuso, in Skindergade, trovai una prima edizione di alcuni misteriosi Opbyggelige Taler, Discorsi edificanti, che mi accorsi di non aver mai letto tra quelli tradotti in italiano.
La mia tesi doveva riguardare il concetto che più amo: la Gentagelse, su cui Kierkegaard, sotto pseudonimo, scrisse un libriccino nell’autunno del 1843. I Discorsi che avevo scovato dall’antiquario risalivano proprio al 1843 ed al 1844. Così la tesi trovò un orizzonte temporale, il biennio 1843-44, ed uno spessore concettuale: i temi dell’Opbyggelige e della Gentagelse, che nel corso del mio testo ho presentato come “nodo dialettico”, secondo un’espressione di Kierkegaard. «Ogni cosa ha il suo tempo» è invece una citazione biblica dal libro del Qohelet, a cui Kierkegaard teneva quanto tengo io. Ho infatti provato a stringere un nodo ulteriore, concentrandomi sulla lettura che Kierkegaard fece del testo del Vecchio Testamento, e presto la mia ricerca sarà presentata sul prossimo numero del prestigioso Kierkegaard Yearbook. La mia traduzione dei Discorsi edificanti inediti del 1844 uscirà in italiano nel tardo autunno, con lunga introduzione di Joakim Garff.

Perché la tua scelta cade proprio su Kierkegaard?

Perché è l’autore che studio e traduco, o, come lui gradirebbe io dicessi, che leggo e non smetto di leggere ed interrogare.

Cosa ti appassiona in lui?

La sua inesauribilità. Tra i suoi primi pensieri che lessi, quando avevo quindici anni e comprai una selezione di brani dal suo sterminato Diario, ce n’era uno che diceva che sarebbe morto non appena avesse smesso di soffiare il vento delle possibilità. Mulighedernes vind: mi catturò all’istante, forse perché a quell’età lo sentivo soffiare anch’io, ed era il primo scrittore che parlava di qualcosa di tangibile per me, per quanto, paradossalmente, l’immagine trattasse proprio di aria, l’intangibile par excellence.  

Ritieni che il pensiero di Kierkegaard abbia una valenza attuale?

Kierkegaard insegna sugli esseri umani più di Freud e Jung o Lacan, psicanalista francese che incentrò uno dei suoi più importanti seminari proprio partendo da Begrebet Angst, scritto, anch’esso sotto pseudonimo, almeno un secolo prima.

Puo essere una risorsa, una sfida, per l’uomo di oggi?

Nelle sue Papirer annotò che come epitaffio per la sua tomba avrebbe voluto ci fosse soltanto scritto: Den enkelte: Quel singolo. Attualissime sono le sue riflessioni sulla noia e la disperazione o sul predominio del vuoto, sul quanto, spesso, dietro i grandi numeri si nasconda invece l’opposto, che è la mancanza di personalità, di singolarità. Kierkegaard spinge a trovare la propria voce per dire le cose e le noncose. A trovare il coraggio di dire «io».

Napoli e Copenaghen…due poli opposti. Cosa ti ha spinta a trasferirti al nord?

Durante il dottorato, si ha l’opportunità di trascorrere un anno e mezzo all’estero. Non me la feci scappare e scelsi il Søren Kierkegaard Forskningscenteret di Copenaghen, un polo d’eccellenza che al momento purtroppo subisce i vari tagli economici che nemmeno la Danimarca risparmia alle materie umanistiche. Io mi sono formata alla «Federico II» di Napoli, dove Kierkegaard è ritenuto in primis un grandissimo filosofo, ed al Centro di ricerche di Copenaghen, che invece fa parte di Teologia, sicché ho fatto tesoro di entrambi gli approcci, non tralasciando nemmeno la sua abilità letteraria, che secondo me non ha eguali. Spesso scrive come se prima avesse intinto la penna nell’oro. Per chi può apprezzare la ricchezza della lingua danese, un talento simile l’ho trovato in Inger Christensen, poetessa alla quale mi sto dedicando e di cui sto traducendo le opere più filosofiche in italiano.

Cosa ti affascina, e di cosa hai nostalgia?

Quando arrivai a Copenaghen la cosa che mi mancava di più era la vista da casa mia: il Vesuvio, guardando il quale io mi oriento dappertutto, e soltanto al suo cospetto posso dirmi a casa. Il paesaggio danese è più morbido, piatto, fiabesco. Ma io non lascio Napoli. Io sono e resto un vulcano.

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