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Incontro con Bruno Berni: un ponte tra Italia e Danimarca

“Mi porto dentro due mondi e li faccio parlare”. Queste le parole del traduttore e studioso di lingue nordiche, Bruno Berni, a proposito della scissione – o se si vuole, armonia – della personalità in dialogo con due culture diverse

Copenhagen, 12 Ottobre 2016. Det Kongelige Bibliotek. Il sole ovattato e pallido dell’autunno danese si infiltra attraverso la grande vetrata. Due store kaffe e una piacevole conversazione. Una conoscenza, quella con Bruno Berni, che non è nata sul suolo danese, ma tra i corridoi della Facoltà di Lingue e letterature straniere di Pisa, dove teneva un laboratorio di lingua danese. È in questo modo che sono entrata in contatto con quella cultura e lingua che adesso definirei “attraente” e “respingente” allo stesso tempo. Ho avuto poi occasione di seguirlo in quella stimolante esperienza che è stata il Pisa Book Festival (7-9 Novembre 2014). Qui erano stati invitati alcune figure di spicco della contemporanea cultura scandinava, da Björn Larsson a Morten Brask, a Morten Søndergaard, che Berni ha saputo introdurre al lettore italiano. In questa circostanza molto mi ha colpita la sua ironica e provocatoria definizione a proposito del “traduttore”: «Il traduttore è uno scrittore pigro». A distanza di due anni queste parole ancora mi fanno riflettere ed è proprio da qui che ho deciso di aprire questa “chiacchierata” con Berni.
In occasione del Pisa Book Festival avevi definito il traduttore «uno scrittore pigro». Sei ancora della stessa opinione? Sì, sì, a Pisa avevo detto così, o almeno questo è ciò che fu twittato facendo indispettire non pochi colleghi. L’intero ragionamento diceva che il traduttore è uno scrittore pigro, perché ha il dominio della lingua ma non la usa, come lo scrittore, per creare di suo, limitandosi a ricreare le opere altrui. Peraltro la padronanza della lingua che ha un buon traduttore, molti scrittori non ce l’hanno. Come traduttore ho, invece, il ruolo di mediare una cultura in un’altra, avendone le competenze linguistiche e culturali. Soprattutto come traduttore di una letteratura di ‘minore diffusione’ come quella danese, ho forse maggiori responsabilità, perché lavoro su una letteratura poco nota in Italia dove devo costruire un canone mancante, non avendo nessuno con cui condividere le mie scelte, perché nessun editore è in grado di comprendere il danese e valutare in prima persona le scelte: molto spesso devo farle io.

In che misura iniziare a tradurre ti ha avvicinato alla cultura danese? Che distanze hai percepito? Non so se la traduzione mi abbia avvicinato alla cultura danese. Di sicuro è stata la vicinanza alla cultura danese a spingermi a tradurre, perché mediare nella propria cultura d’origine una cultura appresa significa anche cercare di comunicare nella propria lingua, nel proprio ambiente, quella che è diventata a poco a poco una parte importante di noi, che però il mondo in cui viviamo non conosce. Per la cultura di arrivo è un arricchimento, di idee, di modi di vivere e di vedere la vita, a poco a poco anche di termini, di luoghi che entrano nell’immaginario collettivo. È un avvicinamento tra due culture che in qualche modo cominciano a conoscersi. Nel caso della cultura danese in Italia, dove un tempo era quasi del tutto sconosciuta, in passato era un rapporto del tutto sbilanciato, perché invece la cultura italiana in Danimarca è sempre stata più nota. Se poi abbia aggiunto qualcosa… credo di sì, perché tradurre – nel modo in cui lo intendo io – è anche studiare, cercare, leggere, avere un panorama di ciò che è stata e di ciò che è la cultura del mio ‘paese di adozione’. Distanze no, le distanze le ho colmate. Aperture, forse, perché mi porto dentro due mondi e li faccio parlare.
Di che cosa ti stai occupando al momento? In questo periodo più che tradurre sto facendo ricerca, che poi è la mia attività principale. Ma anche nella ricerca mi occupo di
traduzione, di storia della mediazione delle letterature nordiche in Italia. Diciamo che dopo tanti anni di traduzione sto riflettendo anche sul mestiere e riflettendo scavo nella storia, per capire cosa è stato tradotto o non tradotto, da chi, perché, come, per capire quanto la cultura danese possa o non possa aver influito sul canone italiano. Mi sto occupando molto di Andersen, che è stato sempre molto tradotto, ma raramente compreso fino in fondo, mi sto occupando di alcuni mediatori, i primi, che cominciarono a tradurre e soprattutto a scrivere di letterature nordiche in Italia. A proposito di Andersen, nel 2001 sono stato felice di affrontare la traduzione integrale delle fiabe, che poi nel 2014 sono uscite con le nuove illustrazioni di Fabian Negrin, che tolgono quella patina infantile alla narrazione e ne svelano la profondità.
Tornando ad Andersen, ritieni che possa essere considerato “simbolo” della cultura danese attuale? Andersen possiede sicuramente un patrimonio simbolico molto forte ancora nella Danimarca moderna, ma che sia simbolo della cultura danese attuale non ne sarei molto sicuro. Certamente è uno scrittore che ha influenzato molto gli autori successivi e ancora oggi si vedono tracce delle sue opere in molta letteratura moderna, e questo sicuramente vale anche per altri paesi. Alcune sue cose sono note in ogni cultura, ma troppo poche e soprattutto le fiabe più adatte ai bambini. Questo ha rappresentato per lui un veicolo enorme di diffusione, ma è stato anche un freno alla conoscenza di storie che per bambini non sono.
Parlare di Andersen e fiabe riporta alla mente l’atmosfera avvolgente del Natale. Se dovessi descrivere il Natale danese, quale espressione useresti? Forse utilizzerei Hygge/hyggelig, termini, tuttavia, difficilmente traducibili senza ricorrere a perifrasi. Ma si tratta più di un problema generale nel cercare di descrivere il concetto, perché in realtà tutte le volte che ho incontrato questi termini in traduzione non ho mai avuto problemi a risolverli. Descrivere invece in generale il concetto a un italiano, che forse ha un’idea diversa della particolare atmosfera che più gli crea piacere, può essere difficile. In questo momento sono a casa, alla scrivania, ho di fronte il camino acceso, la giornata è stata soleggiata ma ormai fresca d’autunno, ho accanto un buon bicchiere, sono circondato dai miei libri, c’è un piacevole silenzio. Forse questo è il mio particolare tipo di hygge, un’atmosfera che probabilmente piacerebbe a un danese e anche a un italiano. In fondo non siamo poi così diversi.

 

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